Caregiver

Lea, risk, concorrenza e il sospeso che fa tremare

Le incompiute che zavorrano la Sanità

Da Il Sole24 ORE Sanità del 13-12-2016

Prima di tutto ci sono i Livelli essenziali di assistenza. Nati male, verrebbe da dire, e proseguiti su un terreno accidentato che non lascia ben sperare. I nuovi Lea sarebbero, insieme al Patto per la salute siglato nel luglio 2014, i due “fiori all’occhiello” dell’era Renzi-Lorenzin. Il condizionale è d’obbligo: perché la riscrittura del complesso elenco delle prestazioni garantite dal Servizio sanitario nazionale, presentata come cosa fatta già nel febbraio 2015, due anni dopo non è ancora operativa. Il nodo sono le risorse, e anche le critiche avanzate dalle categorie che, avviato finalmente l’iter dei pareri in Parlamento, dicono la loro. Mentre fino a oggi, attaccano, non era stato possibile farlo. E così fioccano le polemiche sulla effettiva praticabilità di un Dpcm che rischia di rendere l’innovazione di cui si fregia difficilmente esigibile e che potrebbe far ricadere molti costi sulle tasche già saccheggiate dei cittadini. La stessa bozza dei nuovi Lea dà per assodati extra ticket per 18,1 milioni, ma la spesa potrebbe lievitare molto di più. Lo sa bene l’Economia – che ha tenuto il Dpcm fermo nei suoi cassetti per mesi e mesi – ma anche le Regioni. A inizio settembre hanno sancito con Intesa il loro placet sui nuovi “Livelli”, ma la premessa è che gli 800 milioni blindati nel Fondo sanitario nazionale dalla scorsa legge di Stabilità potevano bastare appena per questo scampolo di 2016. Perché i nuovi Lea, che imbarcano il Piano nazionale vaccini – finanziato con parte del miliardo dei due aggiuntivi stanziati dalla legge di Bilancio di quest’anno – rischiano di stressare troppi i bilanci locali. Già, i bilanci: i governatori hanno appreso da poco che i nuovi Lea potrebbero trasformarsi in una bomba per quanti di loro (quanti?) hanno iscritto le risorse a bilancio senza che il Dpcm fosse approvato. «Non dire gatto finché non l’hai nel sacco», è un proverbio che in troppi tendono a dimenticare.

E i cittadini, quando potranno godere dei frutti dell’aggiornamento? Probabilmente a 2017 inoltrato, e con una serie di distinguo legati a diverse variabili. Come il ridisegno delle cure primarie sul territorio, tra i grandi incompiuti del Patto per la salute 2014 e legato a doppio filo alle trattative sull’Accordo per la medicina generale. Anche quello, fermo al palo. Finché non saranno riscritte le regole della presa in carico, poco e soprattutto in poche regioni pazienti e caregiver potranno giovarsi dell’assistenza a domicilio, del Piano nazionale cronicità approvato a metà settembre dalla Conferenza Stato-Regioni, dello snellimento burocratico e dalla riclassificazione delle patologie promessi dai nuovi nomenclatori protesi e ausili e della specialistica ambulatoriale. Mentre i camici bianchi prescrittori, dal canto loro, dovranno adeguarsi, pena sanzioni, a paletti ben precisi su condizioni di erogabilità e “note”. L’accordo di luglio con la Fnomceo per un allentamento del “decreto Lorenzin”, che tanto scompiglio ha creato negli studi medici, è rientrato a pieno titolo dalla finestra, con tanto di bollino “nuovi Lea”.

Tra gli altri grossi temi che restano appesi – scomparsi nel buco nero tra ministero e Regioni – i maxi-Piani sulla revisione del sistema di emergenza e del Pronto soccorso, delle cure ospedaliere per l’infanzia.

Sul versante squisitamente parlamentare, c’è lo stallo del decreto concorrenza (S 2085), approvato dalla Camera e poi passato alla commissione Industria del Senato, che ne ha concluso l’esame prima dell’estate. Un provvedimento che apre la strada alle grandi società di capitali nelle farmacie e liberalizza la vendita dei medicinali di fascia C. Mentre di diretta derivazione governativa, ma anch’esso nelle sabbie mobili da mesi, è il Ddl Omibus Lorenzin (C 3868) sulla riforma degli ordini. Approvato dal Senato, ora è all’esame della commissione Affari sociali della Camera in seconda lettura. E che dire del Ddl su rischio clinico e responsabilità professionale (S. 2224)? A inizio dicembre l’approvazione in Senato pareva ormai a portata di mano, così come la successiva “volata” in seconda lettura alla Camera, grazie al dialogo continuo tra i due relatori Federico Geli (Montecitorio) e Amedeo Bianco (Palazzo Madama) e al sostegno dei presidenti delle commissioni competenti. Ma l’intreccio con i tempi della manovra, insieme al venire meno del numero legale nell’ultima seduta “papabile”, hanno fatto sfumare il traguardo. Se ne riparlerà con l’anno nuovo.

E’ stata rinviata parzialmente al mittente, invece, la riforma Madia, presentata come la madre di una ritrovata trasparenza e dello snellimento della Pubblica amministrazione. La sonora bocciatura della Corte costituzionale (sentenza n. 251 del 25 novembre), diffusa il giorno dopo che il Governo aveva adottato cinque decreti delegati, ha colpito al cuore la novità principale per il settore sanitario, impugnata dal Veneto: le norme sulle nomine dei manager delle aziende sanitarie e ospedali e la creazione dell’albo dei Dg. E’ stato ritenuto costituzionalmente illegittimo il disposto della riforma che prevedeva non un’Intesa, ma un semplice parere delle Regioni (quindi superabile dal Governo) su provvedimenti cruciali come quello che affidava le nomine dei direttori generali delle aziende sanitarie a una commissione di nomina governativa. Una “fuga in avanti” che anticipava la riscrittura delle competenze tra Stato e Regioni contenuta nella riforma costituzionale sonoramente bocciata dagli italiani il 4 dicembre scorso.

Di Barbara Gobbi